CRANIOSACRALE
Accettare la morte dell'osteopatia

Il discorso di accettare la morte dell’osteopatia è un argomento difficile da seguire, a meno che non abbiate vissuto la pratica quotidiana dell’osteopatia tradiziona-le.“Osteopatia tradizionale”è il termine che uso per definire una pratica generica, che tratta pazienti di ogni tipo e di ogni età affetti dalle più varie malattie, usando le abilità percettive dell’osteopatia. Significa usare le proprie mani come strumento terapeutico primario per trovare il processo terapeutico ed il risanamento nel paziente stesso. La pratica tradizionale è vivere secondo i principi dell’osteopatia. E’ sforzarsi di apprendere dalla natura le leggi che regolano la guarigione. E’ incrementare l’innato potere di guari-gione insito nel paziente. E’ un atto di devozione verso un’insieme di conoscenze che la definisce clinicamente sicura, efficace e guidata da ragioni fondate nel Mistero del Divino. Il mio rapporto con l’osteopatia è stato l’asse portante della mia vita professionale e spirituale. E’ una verità illimitata e meravigliosa. Questa confe-renza è centrata nell’accettare la morte dell’osteopatia a livello individuale. Non riguarda l’attività di comitati, gruppi o istituzioni; è rivolta invece alla persona, alla propria relazione con l’osteopatia, all’approfondimento della propria intuizione e del proprio senso di direzio-ne. E’ qualcosa che ho vissuto ed ho trovato molto risanante. Accettare la morte dell’osteopatia apre la strada ad una nuova ispirazione, che sostituisce il vecchio schema di dolore. Siamo tutti vissuti nella disperazione per gran parte delle nostre vite professio-nali, osservando mentre l’osteopatia veniva travisata, degradata, dimenticata e trasformata sempre di più in un clone allopatico. Il mio obiettivo, oggi, non è di denigrare, ma di esporre fatti che tutti sappiamo essere veri. Non parlo per rabbia, ma mosso dall’amore per il vero spirito dell’osteopatia. Parlo anche spinto dal desiderio di vederla rivivere in tutta la sua pienezza. L’osteopatia è morta, quello che rimane è solo lo scheletro vuoto del dono dinamico che ci fu elargito. L’essenza dell’osteopatia è svanita, estinta. Oggi ci resta un fantasma, codipendente e nevroticamente fissato nell’imitare la medicina allopatica. Molti si illudono che questo sia un’evoluzione della professio-ne. Non è evoluzione, è clonazione. E’ assolutamente irresponsabile verso le persone sofferenti di questo mondo ridurre le loro possibilità di guarigione: l’osteopatia è un metodo alternativo di praticare la medicina. E’ stata fondata da un medico che sentì la necessità di una professione più sicura, più efficace, più olistica. L’osteopatia è stata un dono per l’umanità. E’ stata d’aiuto. Abbiamo tutti fallito nelle nostre re-sponsabilità verso quest’uomo. Il mio discorso non è contro la medicina allopatica, ma piuttosto a favore della ricchezza dell’osteopatia. L’osteopatia è andata, morta. Oggi molti indicano come osteopatia la medici-na osteopatica manipolativa (OMM). Per quanto utile, OMM non è osteopatia! La pratica osteopatica tratta tutti i tipi di patologia, non solo le disfunzioni psico-somatiche dei sistemi neuromieloossei. OMM e AAO sono, in pratica, gli unici fuochi ancora accesi nelle vigilanti pianure dell’attesa; attesa del cambiamento che libererà l’osteopatia e ne permetterà la resurrezione al servizio dell’umanità. Nelle nostre scuole non si insegna l’osteopatia come disciplina primaria. Molti si vergognano dei principi tradizionali. I pochi studenti che veramente vogliono l’osteopatia (sempre che non abbiano mentito nelle loro domande di ammissione) passano il loro tempo libero cercando di trovarla, ma non c’è più. La maggior parte degli studenti li ridico-lizzano per essere osteopati. Molte facoltà e molti docenti banalizzano il loro interesse per l'osteopatia. Le amministrazioni scolastiche mancano generalmente di integrità sociale, in quanto non comprendono che stanno negando alla gente il dono dell’osteopatia. Le scuole stanno insegnando medicina allopatica..... 20/AAO Journal – Inverno 1999. Non abbiamo biso-gno di altri medici allopatici, abbiamo bisogno dell’alternativa offerta dall’osteopatia. Abbiamo il dovere verso l’umanità di essere medici osteopatici, ma chi di noi ancora ricorda come esercitare pienamente secondo i principi dell’osteopatia? Esistono ancora insegnanti che ricordano il senso pieno del vivere l’osteopatia? Se dico che l’osteopatia è morta, dovrei forse definire il carattere dell'osteopatia così come l’ho imparato e percepito in trent’anni di pratica osteopatica tradizionale. Anzitutto, l’osteopatia è un’alternativa alla medicina ortodossa. Questa verità dovrebbe essere ovvia, se non lo è, allora è morta. L’osteopatia consi-ste nel trovare la “salute”nel paziente. Si tratta di un'abilità percettiva diretta, non solo dell'idea di guarire la persona. Trovare la salute nel paziente è l’arte rifinita di percepire direttamente nel paziente qualcosa di diverso dalla malattia, un’abilità che applica nel processo terapeutico leggi di cura non riconosciute dalla medicina ortodossa. Il dono di questa saggezza è ormai praticamente dimenticato. E’ stato parte della linfa vitale dell’osteopatia e parte della sfida per noi circa questa professione davvero unica. In secondo luogo, l’osteopatia ci ha reso consapevoli del ruolo del sistema nervoso autonomo (ANS) in salute e in malattia. Questa incredibile intuizione è molto profonda. Col progredire, la scienza ha riconosciuto la relazione tra stress e malattia. Oggi, molti americani sono consapevoli del ruolo dello stress nell'influenzare l’equilibrio della salute. L’osteopatia, tuttavia era già molto in anticipo persino rispetto alla comune cono-scenza medica attuale. Ha avuto il pregio di interpretare direttamente e d'influenzare l’attività autonoma, usando la sensibilità percettiva e tattile. Il livello di consape-volezza che si può ottenere in questo modo è largamen-te superiore a qualunque strumento medico. La capacità di percepire, interpretare e interagire con il sistema nervoso autonomo, di controllare ed influenzare la troficità cellulare con la visione chiara di specifiche modificazioni è perduta, non fa più parte dei nostri insegnamenti ed è, ormai, un’abilità morta. Quanti pazienti che si rivolgono al medico di famiglia negli anni '90 mostrano malattie o sintomi causati da sovrac-carico empatico? Forse l’80% o più delle malattie sono direttamente riconducibili ad uno squilibrio dell'ANS. Dove sono le intuizioni e gli strumenti per curare questa epidemia? Le droghe non curano la causa. Lasciando morire la verità, noi abbiamo fallito nella nostra responsabilità verso l'umanità. Oggi non vene-riamo che le ceneri, l'osteopatia viva è scomparsa. Terzo punto, l'osteopatia, quando era viva, ci aveva insegnato a percepire il paziente nella sua interezza, non come un insieme di parti, ma con la percezione diretta dell'intero. L'intero è la particella minima della vita. Sono questa mere parole o l'espressione di qualcosa che è andato perduto? L'osteopatia è la relazione tra l'uomo, la natura e il Divino. L'osteopatia professava una relazione con la natura ed il divino che aveva un significato. L'osteopatia non vedeva la natura come figlia della scienza, ma come riflesso della infinita e amorevole saggezza del Creatore. E tale verità non era una fede religiosa, ma un fatto di semplice buon senso. L'uomo non è il creatore della vita e non è neppure tanto intelligente quanto gli piacerebbe credere. Questa prospettiva della relazione diretta tra uomo, Dio e Natura crea un senso di equilibrio nel grato di autocon-siderazione dei medici. L'osteopatia, per sua stessa natura, può modellare l'ego in una posizione di com-passione, intesa non come empatia, ma come capacità di percepire il divino nel proprio paziente. Questo principio colloca l'osteopatia teorica e pratica in una posizione non ortodossa. Per farla breve, esplorerò ancora solo un principio della pratica e cioè che l'oste-opatia previene le malattie. Capire ed aiutare l'ANS ad equilibrarsi gioca un ruolo importante nell'interrompere la spinta degli schemi involutivi involontari della vita. La consapevolezza, la dieta, l'esercizio, la percezione e l'ANS sono strumenti incredibilmente potenti della medicina preventiva. La realizzazione della morte dell'osteopatia ci porta, come individui, al punto concreto in cui è necessario riconciliarsi con questa perdita. La Dottoressa Elisabeth KublerRoss, un'ecce-zionale ricercatrice e praticante, ha diffusamente scritto della morte e del morire. Le sue ricerche hanno rivelato che per accettare la morte occorre passare attraverso varie fasi che conducono, infine, ad una relazione con la vita completamente differente. Come medici osteo-patici coscienti della morte dell'osteopatia, abbiamo parecchie alternative. Più importante ancora, dobbiamo liberarci dalla frustrazione che ci assale quando realiz-ziamo che l'osteopatia non può tornare al servizio dell'umanità a meno che non vi sia un nuovo inizio. Un nuovo inizio richiede illuminazione. Richiede che ci liberiamo del dolore ed accettiamo la morte. Non è un pensiero morboso. E', anzi, una direzione che può, forse, aprirci a nuove possibilità. Diamo una veloce occhiata alle fasi di accettazione del Dr. Ross e vedia-mo cosa possiamo cominciare a comprendere. La prima fase è la rabbia. Si è arrabbiati verso la situazio-ne. Si è arrabbiati per non poter controllare la propria vita. Si urla, si è irritabili, si vive al limite della nevrosi. Lo possiamo vedere anche in noi stessi, medici osteopatici. Vediamo questa rabbia nelle nostre comunità, nei nostri insegnanti, nelle nostre scuole, nei nostri studenti. Poiché percepiamo la perdita dell'oste-opatia, gli ego individuali si sovraccaricano e la comunità grida "dateci più osteopatia!" Ed infuria la guerra tra consapevolezza e perdita. Si è in guerra con l'irrisolto. Il dolore del fatto resta celato dal tumulto creato nel cercare di sfuggire alla perdita. Fase di negazione Diciamo a noi stessi e agli altri, "No, non è vero, l'osteopatia è viva, non è morta, io lotterò per questo. Cambierò la professione. L'osteopatia non può morire, io non lo permetterò, ed è ancora viva, io l'ho visto..." Si percepisce la vita rimanente, si perce-pisce la parte di sé non ancora abbracciata dalla morte. Si ha la falsa speranza di poter cambiare i fatti, ma si vive con la realtà della morte. La negazione è in carico pesante e ci si comincia a curvare sotto di esso. "Non si può accettare che non esista cura" Per un medico, questa è una difficile verità. Fase della negoziazione Trovo che questa fase sia la più interessante, in quanto l'istinto di sopravvivenza prevarica l'essenza dell'indi-viduo. Negoziare è una forma di elemosinare. Si chiede alla scuola maggior tempo, e alla fine se ne ha meno. "La malattia progredisce, il paziente sta cedendo", pregano. "Farò qualunque cosa, cambierò, mi compor-terò come un medico ortodosso e mi comprometterò. Per favore, non lasciare che questa morte avvenga". Ma è già avvenuta. Noi adoriamo il ricordo di altri tempi, di altri giorni, quando l'osteopatia viveva grazie agli eroici sforzi individuali di singoli Medici osteopatici. L'osteopatia è spirata. Non c'è nessuno cui dare la colpa, nessuna causa da ricercare. La ricerca del com-promesso è solo un sintomo della inaccettata, inconscia certezza che il dono unico dell'osteopatia all'umanità è perduto senza speranza. Si scende ancora a patti, ma si è coscienti di non aver guadagnato nulla. Questo porta alla terza tappa del nostro viaggio verso l'accettazione della morte. Fase di depressione. Nella fase di depres-sione si è apatici, rinchiusi in se stessi e si abbandona la speranza. Non si è trovata pace nel compromesso. Molti osteopati sono apatici ed hanno perso interesse nel sostenere gli sforzi dell'AAO o altri gruppi osteopa-tici. Hanno compreso la futilità dei tentativi di resusci-tare l'osteopatia. Vivono isolati dalla propria professio-ne non perché non pratichino l'osteopatia, ma perché non riescono ad alimentare l'illusione che essa sia viva. Io dissento da questa forma di rapporto, ma posso simpatizzare con l'integrità con la quale affrontano questo serio e difficile problema. La depressione è l'ultima fase. E' il fondo dell'abisso ed in quel vuoto si è convinti di aver perso tutto. Nelle nostre pratiche individuali, abbiamo tutti esperienza di pazienti con malattie allo stadio terminale che hanno lottato, agonizzato e, infine, accettato la realtà della morte. Ma abbiamo anche visto qualcosa di drammatico e bellis-simo che avviene quando il paziente accetta la perdita e l'incognito. Questa accettazione permette l'ingresso in un mondo totalmente nuovo, pieno di libertà, di continuità e di manifestazione d'amore. I nostri pazienti morenti ci hanno insegnato la lezione più grande circa il vivere, la volontà e la soluzione dei problemi. Ci hanno insegnato che oltre il caos, la paura, il rifiuto, il compromesso e l'apatia esiste un'altra realtà. E' proprio da questa realtà che l'osteopa-tia è stata donata al Dr. Still. E' stato un dono per l'intera umanità. Un metodo alternativo di cura. Non è più presente nei luoghi dove possiamo guardare, ma il suo spirito vive ancora, forse in attesa di una nuova occasione per manifestarsi ed aiutare l'umanità. La risposta possono trovarla solo coloro che hanno accetta-to la morte dell'osteopatia, poiché coloro che ne hanno veramente affrontato la perdita hanno davvero trovato lo spirito vivente dell'osteopatia. Questo spirito vivente può parlare solo ai singoli cuori e solo ad una mente in pace. Una mente libera dalla paura, libera di ascoltare e libera di seguire le verità dell'osteopatia tradizionale. Sono questioni che devono essere soppe-sate molto profondamente e senza motivazione. Forse, occorre solo ricordare che l'osteopatia ci è arrivata per aiutare e servire l'umanità. Preghiamo che possa tornare a nuova vita. Vorrei terminare il mio discorso leggen-dovi una storia, una vecchia storia, trascritta da Laurens Van Der Post in un suo opuscolo dal titolo "Disegni di rinnovamento". E' una storia raccontatagli dalla balia durante la propria infanzia in Sud Africa. Vi darò la mia personale perifrasi di questo significativo racconto. La storia comincia così: "Un tempo nei giorni della razza primitiva, ci fu un uomo che catturò un magnifi-co branco di mucche. Le mucche avevano dei bellissi-mi mantelli bianchi e neri e lui le amava moltissimo. Ogni giorno le portava al pascolo e ogni sera le ricon-duceva a casa. Le teneva in un rifugio spinato e ogni mattina le mungeva. Una mattina, scoprì che erano già state munte. Le mammelle, turgide la sera prima, erano ora grinzose e secche. Pensò: "Bè, questo è davvero straordinario. Probabilmente ieri le ho un po' trascura-te." Perciò, quel giorno le condusse ad un pascolo molto migliore Ma, di nuovo, il mattino successivo, scoprì che erano state già munte. Quella notte, dopo averle ricondotte a casa da un buon pascolo, rimase di guardia. Verso mezzanotte, vide una fune calare dalle stelle. Lungo la fune, scesero dalle stelle delle fanciul-le. Le vide scivolare nella stalla con grandi secchi e panieri e mungere le mucche. Allora si alzò , prese il bastone e corse loro incontro. Immediatamente esse si dispersero e cercarono di raggiungere la fune, salendo più in fretta che poterono. Tuttavia, riuscì ad afferrarne una per la gamba, tirandola giù. Era la più bella di tutte e, così, la sposò. La loro vita sarebbe stata felice, se non per una cosa: ella possedeva un cesto a trama fitta, con il coperchio saldamente serrato. Gli disse."Ti chiedo una cosa soltanto e, cioè, che tu non guardi mai dentro il cesto senza il mio permesso." E lui promise. Ogni giorno, secondo l'uso delle donne del tempo, lei si recava a coltivare i campi e lui si dedicava al bestia-me ed alla caccia. Per qualche mese andò tutto bene, ma poi, la vista di quel cesto nell'angolo cominciò ad infastidirlo. Un giorno che era rientrato a casa per bere a metà giornata, mentre la moglie era ancora nei campi, vide il cesto appoggiato là e disse: Bene, questo è troppo. Adesso ci guardo dentro". Alzò il coperchio, guardò dentro e cominciò a ridere. La sera la moglie rientrò e , con un solo sguardo, capì ciò che era accadu-to. Disse:"Hai guardato dentro il cesto, non è vero?" e lui:"Sì, l'ho fatto. Sciocca, sciocca donna, il cesto è vuoto." Lei disse:"Davvero non hai visto niente nel cesto?" "No, niente" disse lui. Così , con aria molto triste, lei gli voltò le spalle e scomparve nel tramonto. La vecchia balia spiegò al bambino: "Sai non fu tanto grave il fatto che il marito avesse rotto la promessa e guardato nel cesto. La cosa davvero terribile fu che non vi aveva visto niente dentro".

Dr. James S. Jealous. D.O.
Al convegno A.O.A. 1999.